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Basket Cittą Di Castello - Societą

Racconti di pallacanestro (prima parte)

26/09/2010
RACCONTI DI PALLACANESTRO (Prima parte)
di Maurizio Cristini
 
“La pallacanestro tifernate dagli anni 60 agli anni 70"
        

Dedicato ai pionieri.
Nell'immediato dopo guerra, sfruttando anche la presenza nella penisola degli alleati statunitensi - maestri di questo sport – attraverso i clincs di coach Van Zandt  inizia lo sviluppo della pallacanestro, che a Città di Castello affonda le sue radici proprio in quegli anni.

Nel 1948 sul campo all'aperto della scuola Arti Grafiche (attuale I.P.S.I.A.) si gioca con poca tecnica, ma con tanto entusiasmo; sono i primi passi di una pallacanestro per così dire “organizzata” che dà vita alla formazione della Libertas partecipante nel 1950 – ‘51 al Campionato Regionale di 1^ Divisione.

E’ la squadra dei Capanni, Bertoldi (attuale Presidente del Basket Città di Castello), Lensi, Mancini, Cesaroni, Orazi, Serafini, Campriani, Cocchieri, Campi, Neri, Fuscagni e Boncompagni.

Con la Libertas inizia il legame di Città di Castello con la pallacanestro e, nonostante innumerevoli, peripezie l’attività di questa formazione continua fino al 1955.

Poi una pausa, per ritrovare nel 1965 una società più forte ed una squadra dal livello tecnico apprezzabile. Sotto il C.S.I. - Tiferno di Moni Felice e del già allora dinamico Sergio Signorelli si costituisce una formazione che vanta atleti quali Sandro Chieli, Marco Onofri, Mario Serafini ed un certo Piero Dindelli, quindici anni altezza circa 2 metri, che il neo allenatore Fabio Riccitelli lancia come l'astro nascente del basket tifernate.

Si gioca sui campi all'aperto dell'Arti Grafiche e di S. Cecilia. La squadra vince il campionato di Prima Divisione. L'anno successivo tenta la scalata della serie D, ma non raggiunge l'obiettivo per un soffio. Dindelli, nel frattempo, appetito dall'Oransoda di Cantù passa in extremis ad un'altra società di serie A, il Pesaro; giocherà poi una lunghissima carriera nei parquet della serie A, da Pesaro a Chieti.

 

Bruno Bertoldi
Il rapporto di Bruno con lo sport risale all’immediato secondo dopo guerra; i primi amori durante il periodo scolastico sono per il nuoto nelle gare al Tevere, per l’atletica leggera con la corsa ed il salto in alto, per la pallavolo. Ma la scintilla della vera attrazione sportiva scocca solo con la pallacanestro, lo sport che rappresenterà ininterrottamente da lì in avanti il suo impegno e la sua passione sportiva. Già nel 1948 Bruno riveste la qualifica di aspirante allenatore – acquisita con le lezioni del maestro statunitense Van Zandt – ed è assistente del prof. Angelo Monti nella squadra di basket del Liceo Classico che partecipa ai Campionati Studenteschi.

L’esordio ufficiale come giocatore di pallacanestro risale al 1950 nella formazione cittadina della Libertas Città di Castello.

Il ruolo in campo di Bruno - dotato di eccellenti doti atletiche e di una notevole carica agonistica - è quella di “guardia”: forse – come diremmo oggi - non tanti “punti”, ma molti rimbalzi e passaggi e, soprattutto, molta aggressività difensiva.

Dopo la metà degli anni ’50 il lavoro lo porta fuori città e termina – come per molti suoi compagni di squadra – l’attività di giocatore, ma non l’attaccamento alla pallacanestro che continua a seguire da grande appassionato.

Lo troviamo infatti - negli anni ’60 - impegnato a promuovere i vari Tornei di basket che si svolgono in piazza Matteotti, mettendo in luce, accanto alle indiscusse doti di trascinatore che lo avevano già contraddistinto come giocatore, anche quelle non comuni di organizzatore; è forse questo il preludio ad un suo più profondo legame con la pallacanestro.

Dal 1972, infatti, fino al 1987 ricoprirà la carica di Vice Presidente del Basket Città di Castello, durante il periodo dello storico boom della pallacanestro a Città di Castello: la nascita della società, l’esplosione del mini – basket, l’arrivo del tanto sospirato Palazzetto dello Sport, gli anni dell’indimenticabile Torneo Internazionale Alta Valle del Tevere, degli innumerevoli Titoli giovanili, della storica promozione in Interregionale, legando il suo impegno e la sua carica umana agli anni forse migliori della pallacanestro cittadina.

Rimasto in seno al Basket Città di Castello sempre come socio e sostenitore, risponderà alla chiamata nel 1999 per un’altra stagione di impegni – stavolta come Presidente - carica che tutt’ora ricopre con immutato spirito e profonda abnegazione.

Per Bruno, dunque, oltre mezzo secolo di pallacanestro, ma soprattutto di sport inteso e praticato sempre come componente essenziale di crescita e di aggregazione, con spassionata intensità e con smisurata volontà. Un traguardo non comune! Ebbe a dire il grande Mohammad Alì:“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”.

 

Il mio incontro con la pallacanestro.
Negli anni '60 lo sport praticato da tutti i maschi è il calcio, più che praticato è giocato, sui vicoli, in mezzo alle strade, su campetti improvvisati. Gli idoli calcistici sono venerati non in televisione ma sulle figurine - di latta e di carta. Abitavo al rione Gorgone e ancora indossavo i calzoni corti i cosiddetti "all'inglese" fino alle ginocchia.

E’ una domenica mattina e come consuetudine mi reco alla Santa Messa alla chiesa di S. Francesco. Finita la Messa, sulla strada del ritorno a casa un frastuono di voci attira la mia attenzione; “seguo” le grida e giungo al campo all'aperto delle Arti Grafiche. Circondate da spettatori e tifosi due squadre stanno giocando una partita di pallacanestro; atleti robusti, alti e veloci che rincorrono, palleggiano e si passano un pallone per centrarlo nel canestro. E' la prima volta che vedo la pallacanestro. E' un non so ché che mi strega, rimango fino al termine, faccio ritorno a casa di corsa, ma purtroppo è tardi e mi becco una sonora strapazzata. Per un momento, vedendo le evoluzioni di quei giocatori, mi ero dimenticato un po' di tutto!

Due anni dopo - sto frequentando la media alla "Dante" - al termine della lezione di ginnastica l'insegnante avvicina alcuni di noi i più alti - Beccari, Gentili, Pescari - e propone loro di giocare a pallacanestro. Mi avvicino con aria timida e impacciata e chiedo "professore, posso venire anch'io?".

Il professore era l'allenatore che avevo visto impegnato nella partita di quella memorabile domenica mattina; Fabio Riccitelli che andava reclutando tra i suoi alunni nuovi giovani atleti per il basket.

Entrai così a far parte attraverso il reclutamento di coach Riccitelli della squadra della classe ‘54, insieme a Alberto Bacchi, Walter Cecci, Sandro Gentili, Sergio Gragnoli, Maurizio Pescari, Grelli e Luciano Pescari. Il coach riuscì in breve a preparare la squadra e a piazzarla al 3^ posto del Campionato Regionale Allievi.

Da allora, era il 1966, ogni mia stagione sarà scandita dalla pallacanestro, prima come atleta, poi come atleta e anche allenatore, in seguito solo come allenatore, alimentandomi della fantasia, delle passioni, delle emozioni e dei sogni che questo meraviglioso sport ha continuato sempre a regalarmi.

Fu davvero un incontro importante!

 

Le scarpe da uomo ragno.
Gli allenamenti non avevano una programmazione certa e soprattutto una sede stabile. Qualche volta al campo di S. Cecilia, qualche volta al campo di S. Pio X, alcune volte – nelle rigide serate invernali - nella palestra della scuola media Pascoli - l’ex “Baldelli“ - nella vecchia sede di Piazza Gioberti, ove ha sede l’attuale Auditorium di S. Antonio.

Non esisteva una società che si occupava dell’organizzazione, l’unica figura presente era il coach che doveva badare anche agli aspetti logistici.

Anche l'abbigliamento era un problema; ci si doveva arrangiare, soprattutto per le scarpe che erano particolari, dovevano "avere presa" sul terreno e quindi avevano come delle "ventose" da uomo ragno.

Le più abbordabili anche sotto il profilo economico erano le Superga, nere, ma il sogno era rappresentato dalle Palladium, bianche e morbide. Era un lusso possederle e bisognava conservarle bene e più a lungo possibile.

 

Gli atleti.
Tra i giocatori della prima squadra che praticavano da alcuni anni ricordo Angelo Casacci, Massimo Fabi, Antonio Guerrini, Sandro Chieli, PierPaolo Pieroni, Paolo Susini, Walter Braccalenti detto "Billy Bradley", Fabio Perugini, Franco Mancini, oltre a Marco Onofri e Mario Serafini autentiche "stars", con Amato Marini a coadiuvare coach Riccitelli. Inoltre venivano da Sansepolcro Gnemmi, Ghignoni, Dindelli, Corgnoli, Nucci, Tarducci e quell'Andreini tragicamente scomparso anni fa insieme alla famiglia.

Il "prof", così chiamavamo Riccitelli, era riuscito nel frattempo ad avvicinare oltre a noi del '54 molti altri giovani; ne ricordo alcuni: Marco Mariucci, Gabrio Goracci, Giovanni Nicosanti, Armando Michetti, Salvatore Grosso, Gambuli Michele e Paolo, Massimo Giombini, Gabrio Giannini, Roberto Lensi, Paolo Gustinelli cresciuto poi cestisticamente a Foligno sotto coach Remo Ciaravaglia.

Ricordo anche Lucio Bendini, Filippo Fratini e Sandro Galluzzi, che per lo più gravavano intorno alla parrocchia del Duomo e che ebbi modo di conoscere nella squadra di basket del Liceo Classico diretta dal prof. Angelo Monti.

 

La prima gara di campionato.
Fu in trasferta a Gualdo Tadino, in una fredda domenica mattina di inizio inverno, campo all'aperto, una terrazza con pavimento in mattonelle, una superficie scivolosissima (per l'aderenza si usava l'aceto sotto le scarpe).

Prima dell'inizio fummo tutti impegnati a spazzare il campo dalla pioggia e dalla neve cadute durante la notte. Mi resi conto poi che era cosa normale; in quasi tutte le città umbre - Umbertide, Spoleto, Gubbio, Foligno, Todi, Marsciano, Orvieto - i campi di pallacanestro erano all'aperto; a Perugia si giocava al coperto, al capannone ex Valigeria, presso l'attuale sede universitaria di Via A. Pascoli. Perlopiù ci si spogliava in ambienti di emergenza, non esistevano le docce.

Vincemmo, largamente.

 

Fabio Riccitelli.
Il "prof", che è stato uno tra i primi allenatori in Umbria ad introdurre la metodologia dell'allenamento ed il lavoro sui "fondamentali", curava molto anche la preparazione atletica. Nelle giornate di primo autunno "si faceva la preparazione" alla greppa del Tevere, un interminabile "intervall training" svolto a volte anche sotto la pioggia.

Il "prof" era anche costantemente impegnato a trasmetterci gli eterni ed inossidabili principi del fare sport attraverso l'impegno, l'agonismo, la lealtà, la collaborazione. E’ ancora fresco il ricordo di una "lezione" ricevuta.

Giocavamo di domenica mattina al campo di S. Pio; ero una pedina importante per l'economia della squadra, segnavo punti, ma forse non stavo giocando come voleva il "prof"; mi “cambiò” ed ebbi una reazione di plateale disappunto.

La partita non stava andando bene, forse si sentiva la mia mancanza in campo, ma il "prof" - inflessibile - fece a meno delle mie giocate; perdemmo la gara.

Forse, il "prof" perse volutamente, volendo così dimostrare di saper mettere in secondo piano il risultato?

Non subito, ma col tempo compresi la giusta importanza del vincere; subito capii, invece, la grandezza del "prof".

A Città di Castello promosse e sviluppò la pallacanestro, ma i risultati migliori forse li colse nella vicina Umbertide, dove approdò come allenatore e conseguì con la prima squadra la promozione in serie D e con le giovanili la vittoria di vari trofei giovanili.

Il "prof", un vero maestro, non solo dei “fondamentali” della pallacanestro, ma anche di quelli della vita.

 

Il campo di San Pio X.
Nel 1966 andai ad abitare al rione Montedoro. In quegli anni il rione si andò ampliando rapidamente, diventando il più popoloso e giovane quartiere della città.

Intorno alla chiesa di S. Pio X, anch'essa di concezione moderna, si materializzarono i luoghi per i numerosi giovani, il campo di calcio, il bocciodromo e il campo in asfalto per giocare a pallacanestro e pallavolo. Molti giovani del rione trascorrevano il tempo libero in queste aree e praticare uno sport divenne normale e alla portata di tutti.

Occorreva però arrivare per primi e “prendere possesso” del campo, oppure essere abili a vincere le varie sfide e acquisire quindi il "diritto" di rimanere in campo; in questo modo si riusciva a giocare, quasi ininterrottamente, fino al tardo pomeriggio.

Nacque proprio così - sul campo di San Pio X - il concetto di "play ground", quell'idea poi promossa e strutturatasi negli anni '80 nel "basket tre contro tre".

In quel semplice spazio - attrezzato con due tabelloni in legno, uno o due palloni messi a disposizione giornalmente dal giovane prete della parrocchia, adorato da tutti i giovani - Achille Rossi - nacque e si consolidò la diffusione della pallacanestro, ma anche degli altri sport di squadra quali la pallavolo ed il calcio.

Non fu un caso che il rione Montedoro ebbe un dominio quasi incontrastato su tutte le edizioni dei tornei cittadini del Palio dei Rioni che allora si svolgevano in piazza Matteotti. Montedoro, infatti, era in grado di primeggiare non solo nel calcio, ma in particolare nella pallacanestro, grazie all’aver avvicinato la maggior parte dei giovani che praticavano allora tale disciplina.

Analoga situazione si verificherà 10 - 15 anni più tardi con il quartiere La Tina, enorme serbatoio anche adesso per i vivai della pallacanestro cittadina.

Memorabile fu un'edizione del Palio dei Rioni, svoltasi in notturna nella centrale piazza "De Sopra" dove la squadra di basket di Montedoro, composta da giovanissimi di 13 - 15 anni, trionfò sulle formazioni degli altri rioni pur composte da giocatori più grandi di età ed esperti.

Compresi allora che non era determinante essere alti e forti, ma la tecnica e l'allenamento erano il vero “segreto” di questo sport!

 

Il concetto di sport di allora.
Purtroppo fu evidente che, senza una programmazione ed un'organizzazione societaria, il folto numero di giovani che si erano avvicinati alla pallacanestro grazie all'impegno del "prof" si sarebbe via via assottigliato.

La pallacanestro era soprattutto lo sport dell'età scolastica, quella fino ai 18 anni età, dopo la quale o si continuava lo studio frequentando l'università o ci si avviava subito al lavoro. Quindi era normale che i più abbandonassero lo sport dopo il diploma di maturità.

In più, sul finire degli anni 60 i giovani entrarono prepotentemente nella società civile con l'impegno sociale, politico e culturale, sotto la bandiera idealistica e rivoluzionaria della celebre contestazione giovanile.

Al proposito, ricordo a volte le difficoltà "ideologiche" attraversate per far coincidere l'impegno socio-politico nel locale Movimento Giovanile Studentesco con la pratica sportiva, da giocatore e poi anche da allenatore, in quanto tra i più della "sinistra" era comunemente diffusa l'idea dello sport come attività "borghese". E in particolare il basket, sport di origine Usa, era considerato anch'esso di stampo "imperialista".

Rammento di essere riuscito a produrre la documentazione dell'enorme popolarità della pallacanestro in Cina durante la rivoluzione culturale di Mao Tse Tung, nella Lunga Marcia e anche la sua diffusione nella Cuba di Fidel Castro, ed allora ebbi un po' di tregua.

 

Viene fondato il Basket Città di Castello.
Nel 1971 nasce l'attuale associazione Basket Città di Castello, affiliata alla Federazione Italiana Pallacanestro, colori sociali biancorossi.

Per alcune stagioni si pratica la pallacanestro ancora all'aperto, al nuovo campo dell'Agraria. Ricordo proprio su questo campo una gara del Campionato Primavera con il Basket Rieti degli ancora non famosi . ma già abilissimi - Roberto Brunamonti e Domenico Zampolini, gara svoltasi in una domenica mattina di "austerity", con la squadra reatina giunta a Città di Castello dopo un lungo viaggio in treno.

La partita durò un tempo interminabile e, nonostante le numerose "disattenzioni" da parte degli addetti locali al segnapunti e al tempo – distrazioni che casualmente il più delle volte erano a favore dei nostri - il Rieti vinse tranquillamente di oltre 50 punti e lo fece con signorilità, senza mai protestare con la collaudata coppia arbitrale, anch'essa locale, composta da Giuseppe Boriosi e Mario Coltellini.

A metà anni ‘70 si gioca finalmente in un campo coperto e con tribune, al "Capannone" ex Fat, l'attuale Museo Burri. Si disputa il campionato regionale di Promozione (attuale C2), come allenatore ancora Fabio Riccitelli, poi una breve parentesi di Antonio Cancian, infine Mario Serafini, con Claudio Carletti fedele assistent coach.

Tra i compagni di squadra, i "veterani" Angelo Casacci (detto "Cecilio", atletica ala che svettava ai rimbalzi ed in possesso di un invidiabile tiro in sospensione dall'angolo), Antonio Cancian (esperto ed abile pivot realizzatore), Marcello Petruzzi, Gettulio Vibi (estroso play proveniente da Umbertide), Fabrizio Conti, Sergio Giombini, Maurizio Pescari (famosi i suoi tiri a "uncino") e Marco Mariucci.

 

Marcello Petruzzi.
Si avvicinò alla pallacanestro senza aver fatto la trafila delle giovanili. Ci accomunava anche la passione per il rock ed il blues (suonava egregiamente il basso), per l'impegno politico e per il biliardo. Coltivavamo le stesse amicizie e frequentavamo i medesimi luoghi di ritrovo, i bar di piazza, prima l'Italia, poi il Meulli. Interminabili le ore passate a discutere fino a tarda notte delle passioni, dei progetti e dei sogni giovanili.

Anche dopo il termine della breve carriera agonistica, interrotta per un infortunio, ha continuato a frequentare l'ambiente del basket, prima quello amatoriale, poi quello giovanile avviandoci il figlio Alfredo a cui ha saputo trasmettere - oltre che qualche fondamentale e movimento di "mestiere" - anche il fascino particolare del nostro sport.

Marcello, ora, con il suo "gancio cielo" - il tiro da lui preferito - ha raggiunto il cielo, da dove ci segue e continuerà a farlo per sempre.

 

Inizia a crescere il vivaio.
Con le leve anni '57 e '58, Mauro Giacchi (funambolico attaccante), Agostino Coltrioli (tiro morbido e vellutato), Marcello Lucarini (grintoso difensore, un "muro"), Giorgio Ceccarelli (astuto ed imprendibile play), Danilo Serroni (intelligenza e rapidità in area, ciao Danilo), Ivano Marinelli, Lucio Pazzaglia e i fratelli Testi, tutti giovanissimi che avevano mosso i primi passi sull'asfalto di S. Pio X sotto la guida appassionata di Massimo Coltellini e di Marco Onofri, comincia a prendere corpo l'idea del vivaio, che si concretizzerà di lì a poco grazie all'impegno appassionato di molti ed, in particolare, di Paolo Serafini che dopo aver praticato da giovane la pallacanestro, si riavvicinò al basket come dirigente, e che dirigente.

 

Paolo Serafini.
Con stile, capacità ed impegno instancabile Paolo catalizzò l'interesse di tantissimi giovani, avvicinandoli al mini basket ed alla vita sportiva di gruppo.

Fu il primo che capì ed attuò la pianificazione delle attività, puntando moltissimo sulla valorizzazione dei giovani.

Proverbiali erano le sue "prediche" per affermare un concetto di sport fatto tutto di correttezza, grande impegno, lealtà ed eleganza. Uno stile che praticava nella vita di tutti i giorni e che riuscì a trasmettere a tutto il movimento della pallacanestro locale, formando anche quella futura classe di dirigenti, allenatori ed appassionati che tuttora seguono le vicende della pallacanestro. Rappresentò per oltre quindici anni il punto di riferimento per tutta la pallacanestro, a cui ancor oggi è vicino; accompagna il nipote Michele al palazzetto per i corsi di mini basket o per seguire le gare e se lo guardi dritto negli occhi, anche solo per un attimo, riesci a ripercorrere tutti gli entusiasmi di quello straordinario periodo. 

 

I primi titoli giovanili.
Nel 1975 una formazione scoperta da Riccitelli tra gli alunni di una sola classe della Scuola Media Alighieri vince le fasi eliminatorie regionali e partecipa di diritto alle finali nazionali di Palermo dei Giochi della Gioventù.

Mario Serafini, smessi nel frattempo i panni del play-maker tutto estro ed assist, ha indossato quelli di coach - un coach anche manager stile N.B.A. - e nel 1976 conduce un quintetto di giovanissimi alla conquista, imbattuto, del Titolo Provinciale "Primavera".

Sempre nello stesso anno Sandro Chieli, al suo esordio in panchina, bissa il successo per la società assicurandole la vittoria finale nel torneo di prima Divisione.

Sono le leve degli anni '59 e '60 a farsi avanti: Roberto Boldrini, Carlo Mencagli, Marco Conti, Rosario Salvato, Vittorio Cristini, Ezio Forni, Silvio Pasqui, i fratelli Poderini Paolo e il compianto Marcello, Alessandro Dolfi, detto "Soldino", Marcello Barni, Mauro Alcherigi, Luca Mancini, Paolo Benni, Giorgio Giannini, Stefano Susini e Lucio Benni.

Questi ultimi due, terminata l'attività di atleti, contribuiranno in qualità di allenatori allo sviluppo della fiorente attività del basket cittadino, formando insieme al sottoscritto un apprezzato staff tecnico.

 

Due contro cento.
In estate la formazione tifernate partecipava a vari tornei precampionato; famosi quelli di Arezzo e Anghiari, dove si incontravano le squadre di Arezzo, Anghiari, S. Sepolcro, S. Giovanni Valdarno, Poppi.

Le finali vedevano quasi sempre di fronte tifernati e aretini, formazione assai dotata ma che soffriva l'agonismo dei tifernati. In una finale in notturna sul campo all'aperto di Anghiari, con il punteggio in estremo equilibrio, sentimmo improvvisamente esplodere di grida la tribuna, per lo più gremita di sostenitori dell'Arezzo. Giocatori e arbitri fermarono il gioco, vedemmo due nostri tifosi, “schiena contro schiena”, intenti a difendersi a suon di cazzotti; non ci pensammo sopra ed in un attimo fu rissa generale.

Al termine, i due ci rimproverarono dicendo che "due contro cento" ce l'avrebbero fatta ugualmente.

Per la cronaca, la partita riprese regolarmente e il Basket Città di Castello si aggiudicò il Torneo.  

 

Il Capannone.
Lo consideravamo un vero e proprio palazzetto dello sport, alla stregua di quelli già esistenti a Perugia, Foligno e Terni. Era in realtà un ex seccatoio del tabacco, molto alto, abbastanza stretto per contenere regolarmente un campo da basket.

Sopra il pavimento erano stati stesi dei rotoli di gomma con dipinte le segnature dei campi di basket e volley, una specie di “taraflex” per così dire polivalente. Due canestri con tabelloni in plexliglass delimitavano il campo da due tribunette in “tubi innocenti”.

I servizi erano al piano inferiore, contenuti nell’unico spogliatoio a disposizione utilizzato da entrambe le squadre. Le docce calde raramente funzionavano, il più delle volte al termine dell'allenamento la doccia era fredda.

Il Capannone godeva di un “potente sistema di riscaldamento” che doveva però essere azionato prima di iniziare a giocare; infatti il calore sprigionava da dei bocchettoni situati sul pavimento e andava a sollevare la pavimentazione in gomma che quasi “galleggiava”. Era l’impianto utilizzato per l'essiccazione del tabacco allora "convertito" ad uso sportivo. Per noi ormai era normale, ma quando arrivavano le squadre avversarie rimanevano tutti stupiti!

Ogni tanto, durante gli allenamenti si aggirava, con discrezione, una figura, era il dott. Donadoni – Direttore della F.A.T. proprietaria allora dei capannoni - che veniva a sincerarsi che tutto andasse bene. Qualche volta accennò di alcuni suoi nipoti che giocavano a pallacanestro in serie A a Caserta.

Il Capannone fu sede di epiche sfide tra il Basket Città di Castello e le migliori formazioni umbre (Spoleto, Gubbio, Marsciano, Todi, Terni, Perugia Ferro di Cavallo, Orvieto) che militavano nel Campionato Regionale di Promozione; sfide che radunavano molti tifosi e spettatori. Il Basket Città di Castello non riuscì in quegli anni a conquistare la vittoria del campionato, terminando però regolarmente ai primissimi posti. Non c'erano ancora i play off e neanche il tiro da 3 punti.

Tra i tifernati in quegli anni si distinsero particolarmente come topscorer - oltre al sottoscritto ala pivot e capitano della formazione - i giovani Agostino Coltrioli e Alessandro Dolfi, micidiali tiratori dalla lunga distanza.

Insieme a Dolfi e al pivot Stefano Susini (elevazione super) approdammo poi a Umbertide con il Fratta per militare nel Campionato Nazionale di Serie C. 

Sulla fine degli anni '70, terminata la carriera di giocatore a Umbertide, tornai a Città di Castello per continuare a tempo pieno l'impegno di allenatore.

Dolfi e Susini tornarono anch’essi a Città di Castello per giocare con la maglia biancorossa le loro migliori stagioni; in un gara giovanile i due misero dentro 100 punti, Susini catturava tutti i rimbalzi trasformati poi da Dolfi in veloci contropiedi!.

 

La rivoluzione del Mini - Basket.
Moltissimi furono gli adolescenti che mossero proprio nel Capannone i primi passi nella pratica della pallacanestro (tutte le classi dei nati dal 57 al 65); e proprio in quel periodo prende avvio l’espansione della pallacanestro tifernate, che grazie al mini basket, conquista una rapida affermazione e una marcata popolarità tra le giovanissime generazioni.

Infatti, proprio nel 1975 nasce il mini - basket - palestre Geometri e Alighieri; è la prima attività sportiva che può essere praticata fin dall'infanzia, a 6 anni. Per la città è una novità; i corsi vengono organizzati dal Basket Città di Castello in collaborazione con l'Amministrazione Comunale, attraverso l’Istituto Comunale di Educazione Fisica e Sportiva.

E' un vero è proprio boom di iscrizioni, il movimento di praticanti la pallacanestro supera le 250 unità, è il preludio ad una stagione, quella degli anni '80, ricchissima di soddisfazioni per la pallacanestro tifernate.                    

                                                                        continua ...

 

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